Domenica 08 Dicembre 2019
   
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Giornata contro la violenza sulle donne

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C’è una mostra che da alcuni anni gira l’Italia ed è giunta anche qui, in alcuni comuni della Puglia. S’intitola “Com’eri vestita?’” 

Chi ha avuto l’occasione di vederla, inaspettatamente, scopre che in mostra ci sono tute e divise da lavoro, camicioni, felpe, scarpe... abiti di una giornata qualunque in cui la vita di alcune donne si è interrotta.

Visitare la mostra è fare un viaggio nelle storie di morte di queste donne, ma allo stesso tempo, è fare i conti con la domanda “muta del pregiudizio” che ognuno si pone davanti a quegli abiti e oggetti e che rappresentano la fotografia culturale di un pensiero ancora diffuso, che la colpa sia in qualche misura riconducibile alla donna.

Com’eri vestita? Che cosa hai fatto? Cosa  hai detto? Sei certa che...? Perché eri lì? Perché lo hai lasciato? Perché non sei rimasta con lui? Perché non lo hai denunciato prima?

Ascoltando queste domande “mute”, è evidente che la riforma che occorre fare non è semplicemente normativa (quale la recente sul “Codice Rosso”) ma essenzialmente culturale e che, se la prima compete soprattutto alla parte politica, la seconda ci riguarda tutti.

Se l’idea che ancora predomina è che amare sia prendere, possedere, consumare, distruggere, allora forse dobbiamo chiederci che fine abbiamo fatto fare  all’idea di cosa sia l’amore. Domandiamoci quali pensieri e comportamenti abbiamo  socialmente “coltivato” dell’amore: se dentro di noi è una corda che stringe o una rete che sorregge...

L’idea di amore che “nutriamo” socialmente, ci rende tutti colpevoli di fronte a una donna vittima di femminicidio. Forse, ricordarci che uccidere non è un gesto giustificabile “di troppo amore” ma sempre un reato, ci aiuterebbe a fare le domande giuste. E “Com’eri vestita?” è certamente una domanda sbagliata da porre a una vittima.

Il tema da affrontare dunque, non è il vestito delle donne, ma il corpo delle donne, per educarci all’amore che è rispetto dell’altro, che non offende e non uccide.

Don Tonino Bello diceva  che gli educatori sono dei “disturbatori” che senza tregua ci spingono a reagire alla Storia, all’imperfezione dell’uomo e delle sue costruzioni, alla prepotenza del potere e all’oscenità delle sue manifestazioni. Chi educa per davvero è promotore dell'esercizio della cittadinanza attiva da parte di  uomini e donne pienamente libere e presenti alla Storia. E questo “disturbare” la quiete, si manifesta attraverso i vari linguaggio anche dell’arte e dello spettacolo.

Pertanto, oggi, nell’attesa che anche il Comune di Santeramo annunci l’avvio del servizio di consulenza del CAV (centro antiviolenza) progettata da tempo con il Piano Sociale di Zona e che vedrà Gravina e Altamura impegnate in un evento lancio già nei prossimi giorni, ringrazio coloro che per la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, si sono impegnate qui a Santeramo con le Associazioni, la Biblioteca Comunale e coinvolgendo l’Amministrazione, per continuare a “portare in piazza” questo tema, pungolando il cittadino “distratto” con eventi di sensibilizzazione culturale quali la Mostra di “Donne inquiete” in Biblioteca, “Le Primitive. It - festival dedicato alle donne delle Murge” a cura dell’Associazione Edoné, il “Flash Mob” in piazza del Lago a cura dell’Associazione Una rosa blu per Carmela e La Panchina rossa a cura dell’Associazione AIDE presso il Parco Giochi.

Grazie, perché siete l’ennesima testimonianza che l’impegno per un Terzo Settore sempre più attivo, coordinato e qualificato, non è stato tempo perso, perché l’alleanza con il Volontariato ci aiuta a mantenere vivo il dibattitto e ad allargare lo sguardo su questo e altri temi sociali... e così facendo, ci fa crescere tutti nella spinta a migliorare e spesso compensare le carenze delle Istituzioni.

 

 

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