Sabato 20 Aprile 2019
   
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Corona? No, grazie. Si vendono storie, non prodotti

fabrizio corona

 

Non vivo in Puglia da sei anni.

Il perimetro della mia vita e del mio lavoro continua a muoversi in Italia, ma lontano dal profumo degli arbusti nostrani, dai colori della Murgia e dalle sfumature con cui il sole gioca quando tramonta sui muretti a secco.

Quando penso alla mia terra, a Santeramo in Colle e alla sua gente, mi vengono in mente, nell'ordine: i palmi grinzosi della mani di mio nonno, le passeggiate tra gli ulivi, la ruvida gentilezza delle campagne, i sapori decisi e delicati insieme.

La Cooperativa Olearia e Produttori Agricoli, da cui nasce la prestigiosa produzione del noto olio "Il Vero", parte dalle stesse suggestioni: viene fondata nel 1963, ad opera di pochi olivicoltori locali, "che sentirono il desiderio di trasformare in olio prezioso le olive raccolte a mano nei propri uliveti". Si tratta di "piccoli olivicoltori che fanno una grande famiglia" e che, tenendo fede alla potenza che solo una passione onesta può regalare, hanno conferito la commercializzazione del prodotto alla Cooperativa.

L'espressione "tener fede" ricorre qui non per semplice vezzo ma, al contrario, come "memento" dedicato a chi sembra aver dimenticato, o frainteso, le fondamenta della sua peculiarità.

Raccontare un prodotto è individuare l’utopia che lo descrive e concretizzarla, attribuirle parole, immagini, suoni: la società "Il Vero" decide di affidare parte del suo racconto a Fabrizio Corona, che estenderà il suo marchio "Adalet" all'agroalimentare, partendo proprio dall’olio “Il Vero” e dalle cantine Polvanera di Gioia del Colle. Per l'occasione, lo scorso 08 febbraio, l'ex "re dei paparazzi" si è recato in visita presso gli spazi dell'oleificio (sebbene, come tiene a ricordare il brand ambassador, "sono 30 anni che vengo in Puglia").

E, ora, chi lo spiega a mio nonno che "Adalet" significa giustizia e che Fabrizio Corona (sì lui, no Giuseppe Fava), abbia deciso di intitolare così il suo brand perché "la giustizia è un prisma, ognuno vede la sua parte"? Chi lo dice ai contadini che saluto mentre faccio jogging tra i selciati delle campagne che il loro olio è stato assaggiato "dallo schiavo" del "re dei paparazzi" prima di essere decretato "buono e meritevole" del marchio"? Chi lo giustifica ai miei amici e collaboratori giornalisti che, guardando l'intervista rilasciata alla collega Anna Larato, hanno scosso la testa davanti alla sfrontata risposta/domanda "ma che televisione è lei?".[1] Come se ci dovesse essere una gerarchia mediatica, come se giornali e tv dovessero essere prima assaggiati per essere decretati "buoni e meritevoli", come se l'informazione fosse un altro "prisma" e ognuno possa scegliere la faccia di verità più convenevole.

Consumiamo per essere qualcosa e qualcuno, per esprimere parti delle nostre identità frammentate e pervase dall’incertezza: la marca diventa non solo un valore identificativo, ma connotativo e differenziante. Laddove la marca si propone come un macro-cosmo valoriale e personale, i prodotti diventano naturalmente delle micro-narrazioni. "Il marchio spinge il prodotto, il prodotto spinge il marchio", ribadisce il proprietario del brand"Adalet": ma chissà se, all'Università della vita, viene insegnata la differenza tra a brand identity (l’immagine che l’azienda vuole dare di sé) e brand image (l’immagine effettivamente percepita dal pubblico).

E, allora, qual è l'immagine che vogliamo dare di noi? Terra, profumi, mani calde e cura della tradizione possono essere decretati nella sentenza de "ci saranno 50 bottiglie con il mio marchio, più accordo commerciale di così?!"

Dunque, cari nonni contadini e olivicoltori, non è su Fabrizio Corona che bisogna tenere il punto, né sul suo libro "settimo in classifica la scorsa settimana, oggi quarto...Che non hai visto la classifica nuova?!" o sul suo giudicabile e risaputo passato giuridico: la questione, più complessa e delicata, abbraccia chi siamo e cosa vogliamo comunicare. Le storie del nostro patrimonio che definiscono chi siamo stati e che saremo. Le parole e le immagini che decidiamo di scegliere per raccontarle a chi, il nostro contradditorio e meraviglioso mondo, ancora non lo conosce.

Il consumo diventa narrativo, i mercati una rete di conversazione: scegliere con cura la nostra voce significa determinare le nostre parole e intenzioni.

Accontentarci di scovare "la persona nel personaggio" per determinare un prodotto che veicola la nostra storia non rende giustizia né a quello che siamo, né al mercato che meritiamo.

Tollerare l'ilarità del pubblico che fa da sottofondo al tentativo di arginare una sfrontatezza ottusa e fuori luogo è ciò a cui accettiamo di essere correlati?

La gente a cui mi piace pensare quando sono lontana è simile "ai piccoli olivicoltori" che hanno fatto la grande famiglia di "Vero": e, in famiglia, il valore viene prima del fatturato. O, meglio, l'ultimo è naturale conseguenza del primo.

Alle sponsorizzazioni in discoteca, scelgo quelle a casa mia dove, tra una conversazione distesa e del buon vino in compagnia variegata, potrò dire ai miei amici di tutto il mondo che "sì, l'olio che gustate sulle mie bruschette, di cui mi avete già richiesto 3 litri a testa, è quello di Santeramo in Colle...Mica quello di Fabrizio Corona".

 

 


[1] Ogni virgolettato è tratto dall'intervista rilasciata da Fabrizio Corona alla giornalista Anna Larato, per Trc Televisione, durante la conferenza stampa dell'08/02/2019, svolta in occasione della visita presso l'oleificio "Il Vero".

Fonte: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2043452082429573&;id=661007860674009

 

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