Martedì 17 Ottobre 2017
   
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Leggi calpestate

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Specialmente durante i mesi estivi, come il ciclo delle stagioni, viene a galla il problema irrisolto del caporalato. Se desideriamo risolvere questo cancro che sta divorando le cellule del mondo del lavoro, e non soltanto agricolo, dobbiamo impegnarci tutti a fare la nostra parte.                                                                                                                                                 

In primis, la politica non deve limitarsi semplicemente a legiferare, ma, attraverso gli apparati dello Stato, disporre affinché le leggi siano applicate in modo esemplare, e rispettate da tutti i cittadini. L’osservanza di una normativa, in una sana democrazia, significa preparare il terreno perché possa attecchire, crescere e dare frutti copiosi.            

Sin dal 2006 La Regione Puglia aveva approvato una legge per combattere il lavoro nero, in generale, e il caporalato, in particolare. Essa fu presentata dall’allora assessore Barbieri e, apparentemente, sembrò avere un grande successo: nel 2008 ricevette il primo premio, dal comitato delle Regioni di Bruxelles quale “ best practice” nel comparto occupazione.                                                                                                                                      

Ora, una domanda è d’obbligo: se la legge regionale non soltanto non ha ridotto il fenomeno, ma, indirettamente, l’ha incrementato osservando il numero crescente di migliaia di uomini e donne sfruttati nei ghetti, in particolare, della capitanata; significa che per “guarire” il tema Caporalato serve un’azione su più livelli, sorretta dalle più ampie sinergie locali. Proprio per tentare di risolvere questo grande e “Epocale” problema, la Puglia ha chiesto e ottenuto l’aiuto del Governo centrale. Giace a Montecitorio un disegno di legge che, così affermano gli esperti, quando entro l’anno sarà approvato, metterà fine a questa schiavitù moderna. La venuta in Puglia del Ministro della Giustizia Orlando la dice lunga sull’urgenza di risolvere il gigantesco enigma del caporalato. Le sue affermazioni improntare a illustrare il testo della legge che, si spera, inizierà a mettere fine ai numerosi ghetti che, oltre ad essere inumani, possono diventare anche covi di malattie o di scontri sociali.                                                                                                                                                  

Questo tema, pur sembrando immane, in realtà è meno complicato di quanto appare. O, forse, conviene precisare che è la conseguenza di altre situazioni complicate, che hanno inficiato tutto il sistema della mano d’opera dell’agricoltura. Dilungarsi con concetti astratti, come fanno spesso illustri oratori durante i numerosi convegni organizzati da partiti e sindacati, serve soltanto ad alimentare polemiche inutili.  E’ invece necessario avanzare alcune proposte che, seppure, non di facile e breve soluzione, potrebbero aiutare a risolvere il dannato problema del caporalato.

-Fino a quando si permetterà che la grande distribuzione, anche a livello globale, avrà il comando delle operazioni determinando i prezzi dei prodotti a proprio piacimento, le aziende agricole ne subiranno le conseguenze. Ma gli effetti più negativi cadranno immancabilmente sulla parte più debole: ossia la mano d’opera che sarà costretta ad accontentarsi di un guadagno caritatevole. A ciò si aggiunge lo sfruttamento, o forse è meglio asserire, la guerra tra i poveri: i caporali lucrano sulle persone bisognose e le paghe già basse, sono ulteriormente decurtate.                                                                    

Che cosa fare? In attesa della nuova legge  sarà opportuno intervenire su più fronti.

- Il Ministero e la Regione Puglia potrebbero intervenire, nei modi che ritengono più opportuno, presso la grande distribuzione affinché garantiscano prezzi più equi. Non è concepibile che alcuni articoli come i pomodori abbiano un costo di Euro 0,07 il chilo o l’uva si attesti a circa euro 0.20 il chilo; mentre ai consumatori il prezzo è quintuplicato. Un discorso a parte merita il prezzo del nostro grano, specialmente quest’anno di abbondanza. Gli agricoltori si trovano davanti: o vendere a prezzi stracciati o tenerlo nei magazzini.   

- I piccoli e medi coltivatori devono capire che hanno soltanto un’arma in mano: insieme associarsi e vendere direttamente i loro prodotti. Anzi sarebbe opportuno creare i presupposti per trasformarli e realizzare profitti più consistenti. Sarà sempre meglio lavorare insieme con gli altri, mantenendo la propria autonomia aziendale, piuttosto che essere costretti a vendere a prezzi stracciati. Tale strategia permetterebbe agli imprenditori una maggior autonomia finanziaria, al territorio una ricaduta di occupazione consistente, e alla nostra società una maggiore ricchezza.

- Obbligare l’assunzione degli operai agricoli sia tramite il centro per l’impiego e sia tramite agenzie garantendo a tutti un minimo di paga orario soddisfacente.  I datori di lavoro, anche con un progetto comune, dovrebbero garantire delle case prefabbricate con tutti i servizi; ciò offrirebbe ai lavoratori la possibilità, dopo molte ore di duro lavoro al sole, di potersi riposare e intrattenersi tra di loro con un minimo di comodità.

 I Comuni interessati, con l’ausilio della Regione, con incentivi economici e aiuti logistici dovrebbero favorire questi (o altri) progetti, atti a far vivere dignitosamente i lavoratori ed evitare la speculazione dei caporali. Il ripristino della legalità, oltre ad ridare ai lavoratori la propria dignità, permetterebbe al fisco di incassare notevoli importi.

Riteniamo che la nuova legge sul Caporalato potrà attecchire soltanto se si risolvono i problemi strutturali all’origine. Ogni parte  sociale deve essere coinvolta da precisi doveri e diritti; ma specialmente i controlli devono essere severi per tutti.

 

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